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Capitolo 3

 

L'ATTACCO DEL CRITICISMO TESTUALE

AL TEXTUS RECEPTUS

 

Fra i primi a mettere in dubbio l'affidabilità del TR ci furono i Gesuiti ed altri teologi cattolici. Essi si proponevano di affossare il principio, messo in luce dalla Riforma, della sola autorità della Scrittura. La critica del testo doveva servire a dimostrare come la sola Scrittura non possa essere l'unica fonte sicura della Rivelazione. I Cristiani hanno bisogno del Magistero e della Tradizione della Chiesa Cattolica se vogliono conoscere ciò che Dio ha rivelato.

 

Nello stesso tempo si intendeva difendere il primato della Volgata, traduzione ufficiale della Chiesa Romana, nei confronti del testo greco. La Volgata, infatti, si differenzia in alcuni punti dal testo bizantino e contiene le varianti care alla critica testuale. Tuttavia questo subdolo attacco alle basi della Riforma venne a quel tempo decisamente respinto dai Riformatori.

 

Nel XVIII e nel XIX secolo, epoca in cui la scienza e la teologia subirono l’influsso crescente dell'Illuminismo, del Razionalismo e della crescente incredulità, critici testuali quali Griesbach, Lachmann, Tischendorf, Westcott e Hort pensarono di ricostruire, attraverso l'accostamento di diversi manoscritti più antichi, quello che secondo loro doveva essere il testo originale del NT. Per essi il TR era un testo corrotto, venuto fuori da una tardiva redazione. Ad esso contrapposero un numero esiguo di antichi mss. della tradizione alessandrina, cioè di Alessandria d'Egitto, ritenendo che essi fossero le uniche copie fedeli dei testi originali.[6]

 

Per essi il TR era inaffidabile in quanto contenuto solo in tardivi mss. Effettivamente le pergamene, nel clima caldo umido del Mediterraneo, avevano normalmente una durata di 150-200 anni, e dovevano quindi essere sostituite da nuove copie. Pertanto le testimonianze più antiche del MT vanno dal VIII al XV secolo. Ci sono però anche mss. del V e del VI secolo a testimonianza del MT, e proprio nei più antichi mss. su papiro si trovano tipiche forme del testo bizantino.

 

E' un fatto innegabile: il MT presenta una straordinaria uniformità, testimoniata da centinaia di mss. compilati in vari secoli e provenienti da varie zone della Cristianità. Westcott e Hort cercarono di spiegarlo supponendo che nel IV secolo fosse stata operata una supervisione ed una unificazione dei testi ad opera della Chiesa. A quel tempo diverse tradizioni più antiche sarebbero state armonizzate e limate per formare un nuovo testo unitario.

A sostegno di questa arbitraria ipotesi non si addusse però alcuna prova. Una così drastica revisione del NT greco, valida per tutte le chiese con l'appoggio di tutti i vescovi, avrebbe dovuto sicuramente lasciare delle tracce. Il ritrovamento di papiri con antiche citazioni di “padri della Chiesa” mostra anzi come la tradizione del MT fosse antecedente al IV secolo.

 

Si suppose anche che una redazione in sé tanto concorde, chiara e dottrinalmente sana quale era quella del TR, non potesse essere originale, bensì il risultato di un’accurata rielaborazione redazionale. Inoltre, si disse, un copista del NT avrebbe avuto piuttosto la tendenza a correggere qualche termine della Scrittura o a fare delle aggiunte esplicative. Pertanto i termini oscuri, difficili da comprendere, sarebbero appunto quelli originali.

 

In alcuni mss. molto antichi, provenienti dall'Egitto, i critici decisero di aver trovato il testo originale del NT. Tali mss. omettevano molte delle parole o interi passi contenuti nel 90% dei mss., ne sostituivano altre con oscure varianti, presentavano numerose contraddizioni ed errori di grammatica.

 

Quando aveva 23 anni, il critico Hort espresse i propri pregiudizi nei confronti del TR in questi termini: “Fino ad alcune settimane fa non avevo alcuna idea dell'importanza dei testi, avendo letto così poco del Testamento greco, e mi ci trascinai col disgustoso Textus Receptus… Pensa solo al vergognoso Textus Receptus, che si basa completamente su tardivi manoscritti; è una benedizione che ce ne siano di antecedenti”.[7]

 

I mss. più antichi sono i più affidabili?

 

I “testi principali” della critica testuale sono una manciata di antichi mss. onciali o maiuscoli provenienti dalla tradizione alessandrina, primi fra tutti il Codex Sinaiticus (Codice A) e il Codex Vaticanus (Codice B), ambedue del IV secolo. In essi mancano molti termini, alcuni importanti, versetti e brani, presenti invece nel MT. Altri termini e versetti sono alterati.

 

Quasi tutti i rappresentanti della critica testuale sostengono che questi vecchi mss. sono i più vicini agli originali per fedeltà al testo, quantunque essi in molti punti si contraddicano a vicenda e contengano frequenti errori di copiatura. Al contrario i circa 2500 mss. minuscoli o corsivi e i numerosi onciali (a partire dal V sec.) facenti parte del MT vengono considerati di secondaria importanza e trascurabili ai fini della testimonianza del testo originale.

 

Che i più antichi mss. del NT siano anche i più affidabili, sembra a prima vista un fatto logico. Ma già nel XIX secolo esso venne contestato e respinto da eminenti studiosi e conoscitori della storia dei testi della Bibbia, quali per esempio John W. Burgon[8] e Frederick H. A. Scrivener. Questi hanno dimostrato come nei primi secoli la trasmissione dei testi non avvenisse dappertutto con la medesima scrupolosità e fedeltà. Presso i copisti bizantini essa era molto accurata, ma non si può dire lo stesso di quelli alessandrini. Proprio i mss. molto antichi, quelli alessandrini, si presentano come opera di copisti negligenti nel loro lavoro e artefici di arbitrarie modifiche. Vi si riscontrano infatti errori di copiatura o addirittura evidenti mutilazioni del testo, talvolta varianti influenzate da dottrine eretiche.

 

 

[6] Una esauriente dimostrazione dei metodi della critica testuale ci è fornita da Wilbur N. Pichering: The Identity of the New Testament (180 pagine). Nashville (Thomas Nelson) 1980.

[7] Citato da Pickering, Identity, p. 31. Nell'originale: "…and dragged on with the villainous Textus Receptus… Think of that vile TR".

[8] Le opere, in cui lo studioso inglese John W. Burgon respinse con fondati argomenti la critica testuale di Westcott e Hort, sono rimaste fino ad oggi inconfutabili e di permanente validità per tutti quelli che vogliono approfondire questo soggetto. Recentemente sono state pubblicate in forma ridotta: John William Burgon, Unholy Hands on the Bible. Editore: Jay P. Green sen., Lafayette, Indiana, 1990.

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